Ogni capo preloved nasconde una storia tutta da scoprire
Indosso una storia è una rubrica inaugurata in occasione della #FashionRevolutionWeek 2022. Volevamo stimolare una riflessione e sdoganare uno dei maggiori pregiudizi intorno al mondo del vintage e dell’abbigliamento usato in generale: questo capo è appartenuto ad altrə. Chi sono queste persone? Perché hanno scelto di acquistare quel capo? In quali occasioni è stato indossato?
Che si tratti di un intramontabile total black o di una fantasia pluricromatica, i vestiti esprimono sempre una parte della propria identità. Con l’abbigliamento si può raccontare il mood della giornata, urlare un messaggio stampato su una t-shirt, o dare spazio a una parte esuberante, comoda o dirompente celata.
Indosso non ci sarà solo un capo ma anche emozioni, brividi e sensazioni. E questa identità potrà essere raccontata: ogni capo #preloved nasconde una storia tutta da scoprire. E i capi passati di mano in mano, di corpo in corpo si possono sommare per raccontare un susseguirsi di storie.
Per l’occasione della partecipazione al festival Filo d’identità – incontri, storie, corpi (11
15 luglio) abbiamo deciso di allestire un vintage corner speciale proprio a tema “indosso una storia”
Leggi e indossa la tua storia preferita
In regalo, un’originalissimo regalo per ringraziarti di sostenere il nostro progetto La Gare du Vintage 2.0

Patrizia
Da giovane Patrizia vendeva prodotti di bellezza. Negli anni ’70 il suo prodotto di punta era la lacca “Cielo Alto”: La volevano tutte, sempre. Poi, le donne (e gli uomini pure!) avevano capito che la lacca oltre a dare un look estremamente trash, danneggiava notevolmente i capelli. Le acconciature si andavano man mano sgonfiando e Patrizia si trovò a dover abbandonare il suo amato lavoro, rassegnandosi ad essere solo la moglie di un ricco assicuratore della Versilia. Da allora passava le giornate nella comodità e nella noia, tra una boutique, qualche commissione e appuntamenti nei centri estetici dove – a suo dire – i suoi consigli erano sempre richiesti e ben accolti. Ovviamente gran parte del tempo Patrizia lo dedicava alla cura di se stessa: unghie lunghissime sempre laccate nelle tonalità del rosso, capelli biondissimi e senza rinunciare (lei) ad acconciature cotonate, trucco perfetto e labbra pure rosse. Il look un po’ vintage da regina delle feste a 60 anni suonati si scontrava adesso con gli inevitabili segni del tempo passato sotto troppo sole e una solitudine latente difficile da evitare. Per sentirsi meno sola, aveva tentato di fare della sua unica nipote una figlia prediletta. Le comprava di tutto con la sua ricchezza di seconda mano e le mostrava i luccichii di una vita privilegiata. Marika, la nipote, in fondo le voleva davvero bene, ma i tentativi di Patrizia di tenere legami con lei non riuscivano a non passare attraverso i beni materiali che si sa, per quanto appetitosi, a una certa stancano. Una volta Patrizia portò la nipote in una boutique di Viareggio, ma non in una di quelle veramente esclusive – perché va bene comprare i regali, ma il lusso lo riservava solo a se stessa. All’allora tredicenne Marika comprò una borsa, per sé invece, uno splendido caftano sulle tonalità dell’arancio e del verde di un cotone finissimo semi trasparente. Quel caftano, Patrizia lo portò tantissimo e le piaceva usarlo come espediente per raccontare della sua invidiabile habitué di fare shopping con la nipote. Patrizia continuava a indossarlo senza temere di scatenare il pettegolezzo delle sue vicine di ombrellone sull’eccessivo uso di quel capo, ormai appartenente a quindici stagioni fa. Il giorno prima un’uscita in barca alla quale avrebbero partecipato tutta la famiglia, Marika compresa di ritorno dal master in Olanda, Patrizia era andata in spiaggia con il suo caftano. Dato il grande caldo si era concessa un bagno, ovviamente in piscina*. Arrivata nei pressi dello stabilimento, aveva lasciato il caftano sull’appendiabiti dedicato. Fu con estremo piacere che il suo corpo si sommerse nell’acqua fresca. Avrebbe tanto voluto mettere anche la testa sott’acqua, come faceva da bambina… il make up in estate era sempre rigorosamente waterproof e aveva un bel foulard che avrebbe potuto mettere in testa per non mostrare la scompostezza dei capelli bagnati. Patrizia se la rischiò e per qualche secondo si sommerse nel silenzio delle bolle. Con il senso di colpa di una bambina che ruba le caramelle, Patrizia uscì furtivamente dall’acqua. Corse fuori dalla piscina per riprendere il suo caftano che però, non trovò più.
*NOTA DELL’AUTRICE (una rarità! Le vere signore in Versilia non fanno il bagno!)”
Eva
Eva cammina da una corsia all’altra fra gli espositori del centro commerciale. Attraversa i corridoi come un camaleonte, mimetizzandosi fra gli abiti colorati appesi mentre avanza nello spazio con ritmo costante. Con questa andatura procede fino ad arrivare al reparto accessori. La sua figura appare d’un tratto davanti a due commesse. Ha appena comprato un lungo e scollato vestito arancione che ancora indossa, alla cassa le hanno detto che poteva chiedere una mano alle colleghe per completare l’outfit. Racconta che sta andando al matrimonio della sua prima coinquilina dell’università, Rosanna. Avevano vissuto insieme e dopo neanche un anno si erano innamorate. Rosanna poi era partita per trovare lavoro, aveva conosciuto Diego all’esame per il concorso, e ora si sposano. Le due commesse accompagnano Eva fra tacchi, borse, bracciali, orecchini, cinture mentre la ascoltano interessate. Fra gli espositori trovano anche un bellissimo anello con una pietra smeraldo. Eva indossa tutto quello che le viene proposto e una volta così agghindata si allontana per andare a pagare. Le commesse le consigliano addirittura una prova trucco. “Le scale mobili sono chiuse, prenda l’ascensore”. Eva si allontana e riprende a camminare con quel ritmo costante, rientra fra le file dei corridoi e torna a mimetizzarsi tra i capi d’abbigliamento. L’allarme inizia a suonare. Ha raggiunto l’ingresso, c’è una coppia davanti a lei, madre e figlia che si guardano intorno spaventate. Eva le sorpassa, è già fuori quando sente un suono metallico rimbalzare sul pavimento. Si volta, la tasca della signora è stata rovesciata e la guardia tiene in mano l’anello.

Kyra
Al 22798 giorno dall’allerta che aveva bloccato l’aeroporto di J.F.Kennedy, l’aria non era mai più stata così pulita. I valori registravano per la prima volta range di miglioramento, con particolati tossici sulla media giornalieri registrati il giorno della grande alluvione che da allora mai scesi. Per anni gruppi ecologisti di tutto il mondo avevano creato allarmismi, per molti fuori controllo. Ma ebbero ragione loro, e quando furono chiamati a dirigere il sequel del colossal “The day after tomorrow” nelle sale cinematografiche non si vedevano attori o effetti speciali, ma scene registrate da smartphone e video satellitari che documentavano gli avvenimenti che colpirono l’allora New York. In sole 188 ore il suo aspetto cambiò per sempre. Non ci furono onde anomale (come nel primo film), l’oceano si prese con calma e gentilezza lo spazio che l’umanità aveva deciso di concedergli quando aveva deciso di non affrontare il problema del surriscaldamento climatico. La città affogò senza schiumazzi. Dai clochard che abitavano lungo le Piers di Brooklyin che si salvarono a vivere sopra le panchine ormai diventate immobili zattere, alle linee metropolitano evacuate, fino ai tombini da dove non uscì più il fumo scenografico ma acqua a non finire, si registrò 72 cm di interi quartieri allagati. La metropoli già decadente fu ribattezzata da allora New Venice, una nuova terribile meraviglia del mondo.
Per anni la Fifth Avenue fu trasformata in una città di gomma, una via galleggiante dove finirono ad abitare migliaia di persone che avevano perso la casa. In un gesto di inusuale umanità, lo Stato dei capitalisti decise di regalare gli immobili sfitti nei nuovi grattacieli appena inaugurati a quelle famiglie che avevano perso tutto. I vicini di casa di bianchi miliardari erano ora numerose famiglie di latini, asiatici ed afroamericani. Il biglietto per i cielo (così fu chiamato).
La città si abituò al suo nuovo aspetto. Gondolieri veneziani e artigiani di Suzhou arrivarono per tenere Masterclass gratuite dove insegnarono le tecniche della lunga tradizione di città d’acqua. Fra i primi a laurearsi fu la mamma di Kyra che si appassionò alla costruzione di barche che univano l’eleganza veneziana alla fattura cinese. Lo studio la portò a sperimentare nuove barche sulla Fifth Avenue dove era nata prima di vincere il biglietto per il cielo. A lei si unirono atlety di tutto il mondo e diedero vita alla più grande gara di canottaggio: oltre xxx chilometri lungo tutta 5th avenue. La maglietta della prima edizione è oggi esposta in un museo ed è proprietà della famiglia di Kyra.

Giada
In quell’anno stava cambiando tutto. C’era chi partiva, chi iniziava a lavorare, chi si eclissava nella propria relazione. Cambiamenti. Giada non sapeva dove muoversi, cosa cambiare, faceva sempre le stesse cose, le stesse birre con gli amic*, le stesse fughe al mare di sabato pomeriggio. Un giorno mentre camminava per il corso notò questa camicetta. Lunga e colorata, altro dai suoi soliti tre toni di nero che fieramente non aveva mai abbandonato per stagioni. Pensò che poteva iniziare così, il suo cambiamento, indossando tutti i colori in una volta sola giallo, rosso, blu, verde, viola. Come se averli addosso potesse trasformarla in una tavolozza e scoprire con i colori una nuova, totalmente diversa versione di sé! Talmente era l’entusiasmo che uscì dal negozio direttamente senza cambiarsi.

Elio
Si sta bene ora.
Eh? Ah sì.. vento, finalmente.
Non ti ho mai visto, sei qua in vacanza?
Sì, di passaggio, è così evidente?
No, solo che vengo qua tutti i giorni e conosco tutty. Sei appena arrivato? Ti piace il posto?
Sembra pieno di attrazioni, ho una lista ancora piena di cose da vedere, ma sono troppo stanco per continuare a camminare, sai il caldo.
Periodaccio per viaggiare.
Non potevo altrimenti.
Ed hai deciso di venire fino a qua! Mi sembra un posto così piccolo per chi come me lo vive tutto l’anno.
Non lo pensiamo di ogni posto in cui viviamo dopo un po’ di tempo?
Forse sì, infatti mi piace questo bar, si conoscono persone nuove, venite tutty mandaty dall’algoritmo. Mi piace poter socializzare senza dover cambiare le mie abitudini.
Dovresti continuare a influenzarlo allora, l’algoritmo dico.
Hai ragione! Facciamoci una foto insieme? Hashtag #vacanzeitaliane.
Ahah perché no, da qua poi c’è una vista magnifica!
𝘊𝘓𝘐𝘊𝘒
Cosa fai più tardi, scendi un po’ a valle?
No, perché? Ho letto che stasera è la Notte dei Musei, magari sto al fresco..
Che noia bro, le guide influencer vogliono farti vedere il museo del Duomo! C’è un posto bellissimo qua vicino, una pista da pattinaggio, anche quella è aperta tutta la notte. Ti va? Potremmo scendere per il tramonto.
Non so, non sono proprio vestito per pattinare..
Ma certo, e poi stai benissimo con questo colore!
…
Andiamo! Sfondiamo l’internet, ti dico io che hashtag usare!

Elena
Le tapparelle abbassate nascondono l’ora del giorno. È la mattina o forse il pomeriggio del 1° gennaio 1999. Sdraiato accanto a Elena, Giacomo respira profondamente. Come ogni anno sono a casa per le vacanze di Natale e per tutto il periodo che hanno a disposizione si amano intensamente. Dopodiché soliti saluti alla stazione per rivedersi l’anno dopo. Elena ha ancora gli occhi chiusi. Il trucco ha creato una colla fra le ciglia. Soffoca la faccia contro la federa del cuscino e prova a stropicciarselo via, sfregandosi a destra e a sinistra. Le ciglia sono sempre molto attaccate ma aprono giusto un varco per orientarsi e uscire dalla camera verso un bagno di luce. Saranno almeno le tre. Dal lavandino prende il sapone e inizia a massaggiarsi grossolanamente il viso. Insapona tutti i baci di quella notte e se li sciacqua via con acqua tiepida. Finalmente può aprire gli occhi. “Oggi è il quarto capodanno di fila”. Qualcuno bussa alla porta del bagno. Pensa sia Giacomo che la chiama per tornare a letto. Invece è l’amica Cristina: “Elena, senti c’è Giulio di là…”. Giulio è un nuovo amico della comitiva che si è unito per la festa di capodanno. Distanti ai due lati opposti del tavolo ci avevano messo un po’ prima di presentatsi. Con il brindisi e la stanza affollata si erano poi trovati vicini e avevano creato un piccolo club di risate dove hanno iniziato a parlare. “Ho un pranzo domani, ma mi piacerebbe vederti più tardi”. “Prima che parto, sì…”. Aveva risposto Elena prima di fare tombola con i jin tonic. Prima. Rientra silenziosa in camera, delicatamente sposta le coperte per recuperare la gonna argentata, l’outfit della sera prima. La indossa. Mentre tira su la cerniera alza lo sguardo e incrocia giusto in tempo gli occhi Giacomo che le dice: “Ti amo anche quando non ci sei”. Zip. Flash. Sono le 20:43 del 31 dicembre 1998.
Il gruppo sta prendendo posto a tavola e Elena si lancia per mettersi all’angolo accanto ai nuovi amici per parlare subito con Giulio. La chiaccherata inizia veloce e presto torna dove l’aveva lasciata cinque jin tonic fa. “Mi poacerebbe vederti più tardi”. “Passa da me a prendere il caffè, usciamo a fare una passeggiata”. È il 1° gennaio 1999, Elena apre gli occhi riposati, si alza, piega la gonna argentata nello zainetto da viaggio. Giulio arriva in anticipo ed escono insieme. Il giorno dopo, Giacomo alla stazione la aspetta per il bacio d’addio.

Marilena
“Marilena sfogliava le foto dell’album della mamma. Lo aveva trovato qualche giorno prima, rovistando in un baule in soggiorno. Guardando le foto, si divertita a cercarla. Era cambiata e a volte faticava a riconoscerla. Osservava ogni foto attentamente come se in ognuna si nascondesse una storia più emozionante di quella che riusciva a raccontare l’immagine. Continuò per un po’ fino a quando non si soffermò su una piccola foto ingiallita: la mamma in posa davanti a un’automobile verde. Se ne stava in piedi, con la mano appoggiata sul fianco, portava occhiali da sole marroni e indossava una giacchetta in lino, chiusa in vita da una cinturina. A Marilena sembrò una diva! Prima di riporre l’album decise di nascondere quella foto, infilandola nella tasca della sua giacchetta rossa”.

Luna
La prima maglietta rock è il salto oltre la linea del buongusto genitoriale. Hai 12 anni e ascolti Green day, Nirvana, Guns ‘n Roses in una famiglia che segue il festival di Sanremo. Quello che passa nel tuo padiglione auricolare non rispecchia la gonna rosa a fiorellini e la maglietta bianca che indossi. Ti guardi e non ti piaci. Ad un tratto lo shopping con mamma diventa un campo di battaglia, la posta in gioco è la decostruzione dell’immagine dell’infante angelico per iniziare ad esprimere la propria identità. La guerra si conduce a colpi di “no” , “no,no”, “assolutamente no” e scosse di testa per ogni capo che viene proposto, finché commessa/o, genitore 1, e/o genitore 2 non cedono all’esasperazione. Ed è là che arriva lei: la prima maglietta scelta da te.

Rosa
“ROSA ha passato un anno a Parigi per studiare scienze politiche. L’appartamento dove viveva era così piccolo che pulirlo era un attimo, e nel fine settimana talmente angusto da darle la spinta per uscire e fare una passeggiata. Una volta al museo, una volta al parco, al mercatino dell’antiquariato, nelle banlieue, in bicicletta lungo la Senna o semplicemente con la metro scendendo ogni volta in una stazione diversa. Era così che conosceva la città, un sabato alla volta. Durante queste esplorazioni non si fermava mai a fare shopping tanto non avrebbe avuto posto per nessun nuovo oggetto nel suo piccolo monolocale. Un sabato nel V arrondissement si ritrovò in un mercatino dell’usato e decise fare uno strappo alla regola per un paio di pantaloni alla déjeuner sur l’herbe”.
0136
Buonasera, mi chiamavo 0136, e vivo dentro la vetrina di un grande magazzino, quella del cooppone, per farla breve; adesso però la storia è un’altra e, se avete pazienza, ve la racconto brevemente. Presi servizio una sera d’estate. Avevo, ricordo ancora, una camicia stile hawai, e dei pantaloni cachi orrendi. All’epoca, prima che tutto questo accadesse, il mio grande sogno era vestire come quelli della bottega di fronte. Versace, Patrizia Pepe, Armani. Non so perché, ma nella mia mente, quei modelli erano bellissimi, puliti, freschi e accattivanti. Io non mi sentivo così. Non mi sembrava di essere ordinato, giusto, corretto. Mi sentivo più come un tipo da spiaggia, con degli occhiali da sole di plastica non polarizzati, e dei fili che uscivano dal bordo dei vestiti, che avrei voluto strappare; anche a costo di vedere tutto il capo scucirsi in modo drammatico. Mi ero comunque accettato. Facevo di tanto in tanto dei cenni con il capo, quasi impercettibili, a quei miei colleghi di alto livello, ma loro sembravano non percepire il mio saluto. C’era lei. Oggi so che si chiama Carolina. Lei si soffermava sempre a guardarmi. Perfino quando mi mettevo le infradito marroni, quelle che a mio avviso erano le più orrende di tutte le calzature esistenti. Passava spesso in pausa pranzo, con il suo fidanzato, indicava me e si immaginava i miei vestiti addosso a lui. Che scuoteva il capo e, come biasimarlo, ammirava tutti i versace e gli Armani di fronte; che competizione che mi sentivo scivolare addosso!
Quando tutto cambiò? Quando mi misi questo lunghissimo trench beige. Non mi chiesi mai che fine avesse fatto il ragazzo di Carolina. So solo che la vidi piangere e sussurrare “vorrei che fossi vero”, diretta a me; proprio a me, uno qualunque; uno qualunque con un trench magnifico. Ed io so che era tutto merito di quell’impermeabile. Sì. Non ero un modello. Non ero un affascinante Adone da rivista. Ero 0136, e lo sono ancora, manichino in poliuretano espanso. Non so cosa successe, né perché fui in grado di sentire quelle sue parole. So solo che le mie mani di plastica mi si appoggiarono da sole alla vetrina che mi separava da Carolina.
-Come ti chiami? – mi disse.
-0136, come recita anche la pianta del mio piede destro.
-Ti chiamerò Oleg.
Dirvi che il mio nuovo nome, che finalmente non era più un numero, mi piacesse sarebbe dire poco. Adoravo essere qualcuno e non più qualcosa. Da qui in poi cercherò di farla più breve possibile perché, si sa, le cose brevi sono più intense il più delle volte. Con lei mi comportai come un Ken fatto a posta per una Barbie. Carolina era estremamente consapevole che io fossi un manichino e non le importava. L’amore, talvolta, può superare ogni barriera anche fisica. Ciò che però spesso non si riesce a sopportare sono gli sguardi delle persone. Come li vedevo io, li vedeva anche Carolina. Avete presente come sono fatte le mani di un manichino? Beh anche le mie erano così. Non più di plastica, è vero, ma pur sempre immobili; allora la dolce ragazza era costretta a mettermi fra il pollice e l’indice la tazzina del caffé, o la pizza, o la piadina. E così via. All’inizio era una cosa divertente; le sembrava, come a me, un gioco. Un vizietto divertente. Anche le mie espressioni non rendevano certo onore alle mie emozioni. Anche in caso di rabbia mi rimaneva stampato e dipinto in volto lo stesso sorrisetto beffardo.
Forse per questo il sorriso di Carolina, spesso, nascondeva una certa malinconia. E fu quasi per caso che le sentii dire “Che sto facendo? Non posso stare con un manichino.” E ve lo giuro la prima emozione che ebbi non fu di rabbia. Fu di comprensione. Alla fine dei conti cos’è l’amore se non volere il bene dell’altro? È questo il motivo per cui oggi sono tornato dietro quella vetrina, sono tornato ad essere 0136, non più Oleg. Finisce così la mia storia? No. Il rammarico più grande che ho è che qualcuno ha comprato quel lunghissimo trench beige. E quel qualcuno l’ho visto passeggiare mano nella mano con Carolina davanti alla mia vetrina. Le ho sussurrato, mentre mi guardava con i suoi soliti occhi, che in fin dei conti siamo tutti manichini. Che forse sarebbe meglio essere dei nomi, più che dei numeri.
Ora perdonatemi se mi congedo, e scusate anche il tedio che la mia storia di plastica potrebbe avervi suscitato. Vi chiedo però un ultimo favore: se passate davanti alla mia vetrina fatemi un cenno con il capo, ed io saprò che state salutando Oleg.

Nina
Torrida estate, spalmatə sul divano ti ingozzi di magnesio e Netflix nella speranza che la giornata finisca il più presto possibile. Ti trascini in bagno per l’ennesima doccia, poi apri l’armadio alla ricerca di qualcosa di leggero e che non faccia sudare troppo, Accartocciata su sé stessa, quasi a nascondersi alla tua vista, la vedi. Quella fantasia si riconosce a distanza, un tripudio di banane su sfondo bianco non passano inosservate. La indossi e stai già meglio. Ti giri e il tuo cane ti guarda, “annamo a pijà er gelato?”

Il Braghettone
Da Volterra venni, ma ancor oggi mi si appella col sovranome ch’ebbi appuntato: il Braghettone.
Infatti a me fu in sorte l’ingrata missione di celar le pudenda che lo mio maestro avea pittato in quella sì nota Cappella. Con foglie di fico e braghe ascosi le grazie ai Santi, e con cotanta maestria poggiai pintura su quelle figure da non isciupare la beltade ginea di Michelagnolo. Furon tempi grevi quei della Controriforma.
Furon tempi in cui mutanda e mutandone salvaron l’arte dalla destruzione.

Costa
Una pensilina. Di quelle che si trovano ovunque. Come si chiama?
Ah, un non luogo. Non so se una pensilina lo sia un “non luogo”. Come un centro commerciale o un distributore di benzina su una qualsiasi strada statale.
Accanto la vertigine. Non ho mai provato la sensazione di vertigine. Scale ripide le vertigini.
Piove.
Cazzo, è pelle. Pelle vera. È bellissima, magenta.
Appariscente. Mi sento, non lo sono.
Ma non importa. Adesso non importa.
Mi affretto, è l’ora. Sta arrivando.
Lo vedo in lontananza.
Tra la larghezza degli specchietti, s’illumina una destinazione.
Non la leggo. Sta arrivando.
Eccolo.
La porta anteriore si apre. Accoglienza fredda. Meccanica.
Una delle tasche s’impiglia nel perno della porta, tra il vetro, l’acciaio e la gomma che isola dal freddo. E dal caldo. Per non far sentire.
S’impiglia lì dove le persone, quelle impregnate di obiettivi, salgono e scendono rapide. Veloci. Con una meta.
Il tempo. È tardi.
Impacciata, frettolosa, come se anch’io, come gli altri, avessi uno scopo. Di quelli che creano materia.
Tangibile, quindi reale.
La porta si chiude. Forse doveva impigliarsi.

