Nella strategia europea sono state segnate alcune azioni chiave che riguardano l’industria e il consumo di tessuti per il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa in termini ambientali.
L’industria della moda è il quarto settore più inquinante in Europa. Seguono i consumi dell’industria alimentare, dell’energia che scalda le nostre case e della mobilità dei mezzi privati e pubblici. Entra, invece, nel medagliere per quanto riguarda l’utilizzo di acqua e del suolo, mentre è quinta in termini di emissioni gas serra.
Oltre ai primati ambientali c’è poi un grave problema sociale che inquina ulteriormente il settore della moda: i brand non sono famosi per riconoscere ai/alle loro dipendenti uno stipendio dignitoso. La filiera produttiva non ridistribuisce adeguatamente la ricchezza generata ed è un problema al quale l’Unione Europea ha deciso di intervenire con dei provvedimenti.
Già nel 2020 la Commissione Europea aveva stilato un Green Deal dove aveva indicato i passaggi chiave che avvierebbero l’industria della moda verso la strada dell’eticità e della sostenibilità. Gli interventi servirebbero anche per togliere legittimità al sistema fast-fashion è uscire da questa crisi dei consumi. L’impatto dei prodotti tessili sull’ambiente richiede l’applicazione di un sistema di strategie a livello comunitario.
ECCO I 6 PASSAGGI CHE PERMETTERANNO IL RAGGIUNGIMENTO DI PRODOTTI TESSILI SOSTENIBILI!
1. L’industria della moda segua i requisiti di Eco Design

L’industria della moda deve proporre prodotti tessili durevoli, riparabili e riciclabili. I materiali devono permettere una lunga vita ai capi così da poter essere riutilizzati e permettere un commercio al dettaglio di seconda mano di qualità.
Negli ultimi anni l’idea che il riciclo fosse il rimedio alla crisi della fast fashion ha avuto un gran successo. Basti pensare a tutte le app scaricabili sul telefono (anche noi ne usiamo una!). Questo secondo mercato di utenti privati ha creato l’illusione che l’industria della moda stesse diventando un posto più sostenibile, MA non è esattamente così! Le app non cambiano il fatto che a essere ri-venduti sono sempre capi di scarsa qualità. Nonostante i buoni proposti di avvicinare le persone ai capi preloved il riciclo non può essere considerata come unica soluzione!
Servono materiali che non contengano sostanze pericolose e soprattutto, serve un sistema imprenditoriale che rispetti non solo l’ambiente ma anche i diritti. C’è infatti un importante impatto sociale che colpisce il settore della moda. Non saranno queste app a combattere i diritti e le disuguaglianze di lavoratori e lavoratrici sottopagati.
2. Gli invenduti o resi non devono essere distrutti
In media in Europa un consumatore getta via 11.3kg di vestiti all’anno. Non solo i consumatori, anche l’industria della moda è una gran sprecona.
L’industria produce più della domanda. La distruzione delle merci invendute o rese è semplicemente uno spreco di valore e di risorse. Per questo la Commissione vuole introdurre un divieto di distruzione dell’invenduto e del reso per le grandi imprese. La proposta è quella di mettere un obbligo di trasparenza e rendere pubblico il numero di prodotti buttati o distrutti. Tutto dovrà essere quantificato ai fini della preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, incenerimento o collocamento in discarica.
Il motivo principale che spinge i brand a preferire la distruzione dell’invenduto è legata strategicamente ai diritti di proprietà intellettuale del brand. Destinare a pratiche di upcycling o mercati secondari (preloved) indebolisce infatti la forza di un brand. La questione non è scontata. In un mondo di ricerca estetica e individuale che amalgama di fatto tutt* noi consumatori viene automatico chiedersi quale sia il peso dei prodotti tessili nella bilancia dello SPRECO.
VIETO DI DISTRUZIONE DI INVENDUTI O RESI
3. Il 35% delle microplastiche deriva dall’industria della moda

Oltre 14 milioni di tonnellate di microplastiche si sono già accumulate sui fondali oceanici. Le quantità aumentano ogni anno, causando danni agli ecosistemi, agli animali e alle persone. Una delle principali fonti di rilascio involontario di microplastiche sono proprio nei tessuti sintetici (circa il 35% worldwide). La fast fashion è responsabile di questi pericolosi livelli di microplastiche perché è proprio nei primi lavaggi che vengono rilasciate in maggior quantità. I capi tendono successivamente a consumarsi con rapidità e per questo saranno sostituiti altrettanto velocemente a causa della loro bassa qualità.
La questione delle microplastiche riguarda ovviamente tutte le fasi del ciclo di vita in cui le fibre sintetiche sono coinvolte. La Commissione intende intervenire adottando una serie di misure di prevenzione e riduzione. Le misure riguarderanno per esempio le fasi di prelavaggio negli impianti di produzione industriale, i filtri per le lavatrici, lo sviluppo di detersivi non inquinanti, l’etichettatura e la promozione di materiali innovativi ecocompatibili. Sono molte le opzioni che dovranno essere vagliate. Il problema è gigante, quasi quanto l’oceano!
4. Chi sei? Da dove vieni? Uno scontrino! Il passaporto del prodotto tessile
Per aiutare chi acquista a prendere decisioni consapevoli e gestire di conseguenza rifiuti tessili e imballaggi sarà introdotto un passaporto digitale dei prodotti. Questo servirà a tenere traccia della filiera in modo da garantire più trasparenza. Le stesse etichette tessili saranno rivisitate. A completare le informazioni ci saranno le informazioni sul Paese di origine, informazioni su riparabilità, riciclabilità, sostenibilità, riutilizzo, il contenuto di materiali riciclati, l’uso di risorse rinnovabili, la tracciabilità e presenza di microfibre di plastica.
Informazioni chiare e accessibili dei prodotti consentiranno alle imprese e ai consumatori di compiere scelte più etiche. Queste informazioni incrementano a loro volta la visibilità e la credibilità delle imprese e dei prodotti circolari e sostenibili. Pertanto, l’introduzione di un passaporto digitale dei prodotti per i tessili permetterà nell’ambito delle misure comunitarie una nuova regolamentazione che peserà sugli obblighi di informazione sulla circolarità e altri aspetti ambientali fondamentali. Tutto molto interessante per il nostro algoritmo digitale!
5. La battaglia contro il Greenwashing

La revisione dei parametri di etichettatura nel settore del tessile sarà fondamentale per verificare l’affidabilità dei prodotti tessili e le relative comunicazioni rilasciate dai brand in merito alle proprie certificazioni e qualità dei loro prodotti. Quello che sta accadendo in loro assenza è chiamato fenomeno “greenwashing“, cioè l’ambientalismo di facciata. Senza una legge comunitaria che garantisca l’accuratezza delle dichiarazioni ecologiche le imprese hanno approfittato del sopracitato algoritmo per svendere prodotti che ecosostenibili proprio non lo sono.
Più della metà dei messaggi di sostenibilità di aziende analizzate in Europa si sono rivelati falsi o fuorvianti. I consumatori desiderosi di acquistare prodotti sostenibili sono scoraggiati dalla difficoltà di trovare autodichiarazioni affidabili. Spesso queste dichiarazioni ambientali usano parole generalizzanti, come “verde”, “ecocompatibile”, “rispettoso dell’ambiente”. L’autorevolezza di queste parole sarà validata solo da quelle aziende che saranno riconosciute da certificazioni d’eccellenza in materia di prestazioni ambientali, per esempio Ecolabel UE, o altre etichette ambientali di tipo I. La verifica di queste attestazioni dovrà ulteriormente passare da parte di terzi o dalle stesse autorità pubbliche.
GREENWASHING
6. Tasse europee con la EPR (Responsabilità estesa del produttore)
La responsabilità estesa del produttore (Epr) è disciplinata da una legge a livello europeo con la Direttiva 2018/851 (nel diritto italiano D.Lgs 116/2020). Rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia circolare, con un’attenzione specifica alla gestione dei rifiuti e alla responsabilità di colui che produce il bene. La Commissione ha deciso che a partire da gennaio 2025 la EPR coinvolgerà anche l’industria tessile. Un passo importante che vedrà la creazione di una legge ad hoc nel diritto italiano e che legittimerà l’economia del riuso e del riciclo.
Nella prospettiva di un’industria etica e sostenibile i produttori dovranno a loro volta diventare responsabili dei rifiuti da loro creati con i prodotti. La Commissione propone così regole armonizzate di responsabilità estesa del produttore che comporterà una modulazione di una tassazione comunitaria. Alcuni Stati membri ci stanno già lavorando!

Contrariamente a quanto alcuni brand tentino di fare, non si può rendere “sostenibile” un modello fondato sulla sovrapproduzione di vestiti di bassa qualità e sul sovra consumo indotto. Il cambiamento – come ci piace SPESSO ricordarvi – è trasversale, orizzontale, diagonale, INTERSEZIONALE insomma! Tocca l’ambiente così come i diritti. Riguarda l’alta moda così come i mercatini dell’usato. Si affronta a Bruxelles così come nell’Oceano Pacifico.
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(articolo a cura di Diletta Taverni)
Fonti: Strategia dell'UE per prodotti tessili sostenibili e circolari Strategia dell'UE per prodotti tessili sostenibili e circolari - Comunicazione Bruxelles, 30.3.2022 Direttiva (UE) 2018/851 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018 relativa ai rifiuti Sustainable and Circular Textiles by 2030 Immagini Unsplash: Markus Spiske, engin akyurt, Mukuko Studio, Mario Heller, Becca McHaffie, Shane Rounce